Un gruppo di sette Stati membri ha scritto alla Commissione europea per opporsi a nuovi allentamenti degli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 per auto e furgoni. Il fronte, composto da Danimarca, Francia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Svezia, si è mosso in risposta alle pressioni che arrivano dal Parlamento europeo, dove la trattativa sulla revisione della normativa sembra orientarsi verso standard ancora meno stringenti di quelli già ridimensionati a dicembre.
La lettera apre una frattura evidente all’interno dell’UE. Da un lato ci sono i Paesi che chiedono maggiore flessibilità per i costruttori, con Germania e Italia in prima fila. Dall’altro, chi ritiene che ulteriori concessioni comprometterebbero non solo gli obiettivi climatici, ma anche la competitività industriale europea e la sicurezza energetica del continente.
Il punto di partenza è la revisione già approvata a fine 2025, quando i leader europei avevano smussato il divieto di vendita di nuove auto a combustione interna previsto per il 2035, sostituendolo con un obiettivo di riduzione del 90% delle emissioni di CO2. Quella revisione era arrivata dopo mesi di pressioni da parte di diversi governi e dei principali produttori automobilistici, con il Partito Popolare Europeo che ne era stato il principale promotore in sede parlamentare.
Ora i sette paesi firmatari temono un’ulteriore regressione. La bozza di relazione elaborata dall’eurodeputato italiano del PPE Massimiliano Salini, relatore parlamentare sul dossier, prefigurerebbe obiettivi ancora più morbidi e scadenze più generose per l’industria.
Manfred Weber, capogruppo del PPE e promotore dell’operazione, non nasconde la soddisfazione per il percorso compiuto: aveva promesso in campagna elettorale di eliminare il divieto sui motori termici, e considera la revisione del dicembre 2025 l’esito di quell’impegno. Ora punta a costruire una maggioranza più ampia, cercando convergenze con socialisti e liberali, pur potendo contare sul sostegno dei Patrioti per l’Europa.
I sette paesi che si oppongono non escludono a priori margini di flessibilità per i produttori, ma pongono una condizione precisa: qualunque deroga deve restare circoscritta, temporanea e legata a impegni industriali verificabili, senza intaccare la prevedibilità regolatoria che le aziende del settore hanno bisogno per pianificare gli investimenti.
Il rischio, secondo i firmatari, è che concessioni eccessive mandino un segnale sbagliato proprio nel momento in cui la transizione verso l’elettrico sta accelerando: le vendite di auto elettriche in Europa sono cresciute del 33% nel primo trimestre del 2026 rispetto all’anno precedente. Per i sette governi, quel dato dimostra che il mercato si sta già muovendo nella direzione giusta, e che l’incertezza normativa è l’ultimo ostacolo di cui l’industria ha bisogno.

